E’ morto ieri nel sonno, nella sua casa di Memphis, Jay Reatard. Aveva ventinove anni.
Icona del garage anni 2000, è stato tra l’altro membro dei Reatards e, assieme ad Alicja Trout, dei Lost Sounds. Nell’ultimo biennio la svolta solista e le due raccolte di singoli per Matador, ne avevano consacrato il ruolo di stella di prim’ordine del panorama indipendente USA. Il suo ultimo album, “Watch Me Fall“, era uscito ad agosto 2009. Il tour che ne era seguito lo aveva portato anche in Italia, non più tardi di un paio di mesi fa.
La scorsa estate a Jay era stato dedicato un documentario per MySpace, girato da Alex Hammond and Ian Markiewicz e intitolato “Waiting For Something“. Lo ricordiamo così:
“Psychic Chasms” di Neon Indian è tra i dischi del mese di Blow Up, un campionario di pop ‘80 retro-avariato che in molti hanno catalogato alla voce glo-fi. L’immaginario è inequivocabile e riconoscibilissimo, e questo ormai celebre video (rigorosamente non ufficiale) che negli ultimi mesi ha spopolato su YouTube, ben ne descrive l’atmosfera:
Molti sarebbero i nomi da inserire in scia; tra i glo-fi poppers di riferimento non si può non citare Nite Jewel, progetto di Romona Gonzales ancora una volta zeppo di rigurgiti reaganiani e allucinazioni eighties. Questo il video della sua Lover:
E poi, anello di congiunzione con le più recenti tendenze “ipnagogiche” dell’underground USA, immancabile è Matt Mondanile aka Ducktails; il video di Parasailing è tratto dal dvd-r allegato a un 7″ split assieme a Julian Lynch e uscito per Underwater Peoples:
Ma se proprio vogliamo esagerare, ecco a voi Gary War: i tipi di Fader TV colgono bene il mood del personaggio, ed è qui che l’indole (e l’immaginario) glo precipita nel buco nero di una memoria più immaginata che reale…
“Video Musics” è la nuovissima video-opera firmata dal musicista e filmmaker di Portland Alexis Gideon: una sorta si saga infantile con protagonista un liofante “a metà [per dirla con la Africantape, che produce il dvd] tra narrazione fiabesca e synth hip-hop da dormiveglia, tra l’efferveshing elephant di Syd Barrett ed i Residents in eskimo”.
Ecco un primo estratto dall’opera, l’episodio d’apertura intitolato Rock Waves (Creation Myth)…
“Il loro secondo e nuovissimo album ‘Sunlit Silence’ è, tra i regali di questo primo scorcio d’autunno, una cosa che seduce e colpisce per i suoi tocchi di profondità gentile”. Così Piergiorgio Pardo su Blow Up di ottobre, a proposito dell’ultima fatica dei Kiddycar.
In questo trailer, gli aretini raccontano genesi e storia dell’album.
In questi giorni al MACRO Future (lo spazio espositivo dedicato a tendenze nuove e future del Museo d’Arte Contemporanea di Roma) si sta svolgendo una rassegna molto interessante, che dovrebbe incuriosire parecchio i lettori di Blow Up.
“New York Minute“, questo il nome dell’evento, presenta infatti sessanta giovani artisti orbitanti in varie misure attorno alla celeberrima galleria Deitch Project di New York. Alcuni nomi: Ben Jones e Paper Rad, Mat Brinkman, Jim Drain e Ara Peterson (ai tempi assieme in Forcefield), Brian Chippendale (Lightning Bolt), Brian Degraw e Liz Bougatsos (Gang Gang Dance) e infine il grande vecchio Alan Vega, senza contare starlette dell’arte contemporanea come Ryan McGinley, Terence Koh, e il compianto Dash Snow (morto giusto a luglio di overdose).
E’ la prima volta, in Europa, che quell’universo pop-brut legato a doppio giro ad alcune delle musiche più spericolate degli anni 2000, riceve un’investitura tanto luminosa, e la rassegna - per dimensioni e quantità di nomi ospitati - non ha precedenti nemmeno negli USA. Mettendo in fila ciò che resta della Providence versante Fort Thunder (a posteriori, possiamo dirlo, una delle esperienze cruciali di inizio millennio), la Brooklyn hipster dei giorni nostri, e allargandosi a realtà come quella californiana e losangelina in particolare, New York Minute è veramente uno degli eventi dell’anno - e non solo in Italia, si intende.
Naturalmente la rassegna prevede anche appuntamenti strettamente musicali: hanno aperto, all’inaugurazione del 20 settembre, gli A.R.E. Weapons, ma è questo sabato che la faccenda si fa intrigante, se non altro perché mette a stretto contatto le creazioni del panorama USA con i suoi omologhi nostrani. La scaletta di “No More Minute” (questo il nome della giornata) è quasi tutta italica: dagli Hiroshima Rocks Around ormai accasati su S-S, agli In Zaire di Claudio Rocchetti e G.I. Joe, dalla Hundebiss Orchestra che mette assieme le comunità noise di Milano e Triveneto, alla Spasticalia Orchestra che ne è invece il corrispettivo romano. Chiudono i Talibam, tanto per ribadire il legame con le pratiche e i suoni di oltreoceano.
A corollario della giornata, una selezione di ‘zine e artbooks curata da Massimiliano Bomba (vedi BU#132), distros, dischi, cassette, poster serigrafati, e via di DIY.
Il tutto dalle 7 del pomeriggio fino a mezzanotte (ma c’è un after party che prosegue fino a notte inoltrata). Per il momento, gustatevi le immagini dei padiglioni del MACRO abbelliti dai sessanta artisti scelti da Deitch:
Nel corso dell’ultimo decennio gli ’80 sono stati riesumati in tutti i modi, e i rigurgiti plasticosi della hedonist era hanno invaso pressoché tutto, dai mille rivoli della musica pop (indifferentemente di massa o di nicchia) a un più generale immaginario collettivo a metà tra nostalgia e revisionismo puro.
Da qualche anno, persino i più clandestini sottoboschi off – quelli, per capirci, di area noise o post-noise che dir si voglia - hanno preso a trafficare con i fantasmi di un decennio al tempo stesso visionario e negletto, naturalmente alla loro maniera: e così di ricordi sgranati, allucinati si tratta, una specie di avaria che riporta in maniera più o meno mostruosa all’infanzia e alla fascinazione per le scorie mainstream, electro-pop, ambient o persino new age di un’era percepita come mitica.
Il solito David Keenan ribattezza la tendenza “Hypnagogic Pop”, e attorno al termine costruisce un articolo i cui punti di riferimento sono gli stessi che su Blow Up analizzammo nel numero 130 di marzo 2009: tra questi, James Ferraro e Spencer Clark (più nei lavori solisti che come Skaters), Emeralds, Pocahaunted, Zola Jesus, e infine Daniel Lopatin, che sotto il monicker Oneohtrix Point Never ha pubblicato quest’anno anche un dvd-r che ben testimonia delle tendenze “ipnagogiche” in corso.
I suoi filmati, raccolti questa estate in “Memory Vague” (Root Strata), sono una specie di campionamento/ricomposizione di vecchi spot e videoclip scaricati direttamente da YouTube. Per dirla con Keith Fullerton Whitman, “the films themselves (purportedly constructed in windows media player) are a perfect, grainy, low-bit analogue to the music (…) there’s a certain fever-dream aspect to the way dan handles the material, with brief flashes of consumer-tech instructional videos and blocky skylines edited in a wipe-heavy manner”.
Un esempio tra i tanti:
Il dvd è ottimo e straniante al punto giusto. Lopatin non poteva naturalmente esimersi dall’omaggiare Michael Jackson (“you touched so many lives”…) nel clip a nome Demerol:
A visione ultimata, forte è la sensazione di ritrovarsi dinanzi a una versione onirico/sfasata di un vecchio spot Atari, riletto attraverso le lenti di uno Steve Roach che musica Synopsis in un video-culto come Snow Canon, o filtrata attraverso storiche vhs-compilation come “Hi Fi For the Eyes”. Ma si potrebbe anche risalire altrove. Dopotutto, guardate questo commercial della Levi’s datato 1977, quanto è hypnagogic…
Phra e Bot, i Crookers, dalla provincia italiana alla conquista delle platee mondiali attraverso un suono dance che ha fatto innamorare Londra e i rapper americani. Così se ora sta uscendo un loro CD mix per la serie “I Love Techno”, partenza con Glamourama di Photek, roba di Osborne e Nic Sarno, un po’ di basseria tipo Rustie e Zomby, e un paio di bombe Crooks, è già iniziata l’attesa per l’album vero e proprio, all’insegna del crossover, presto su Southern Fried, l’etichetta di Norman Cook, con ospiti come Kelis, Pitbull, Soulwax, Major Lazer, Tim Burgess, Spank Rock, Roisin Murphy, Kardinal Official, Radioclit. Titolo indicativo: “Tons Of Friends”. Questo è il video del primo singolo, Put Your Hands On Me, con Kardinal Official e Carla Marie.
Se persino un soggetto come Pierluigi Diaco (…) ne ha parlato sul suo blog, vuol dire che veramente non ci restano più recinti da scavalcare. Todd P è senza dubbio il promoter più noto e chiacchierato di New York, se non degli USA tout-court: organizza concerti in posti scalcinati e spesso poco consoni ad ospitare scorribande rock, ma soprattutto la sua politica è rigorosamente all-ages, e di fatto questo è il motivo che lo porta a mettere in piedi serate (prevedibilmente affollate di minorenni) in luoghi come pseudosquat all’americana, locali senza licenza, o direttamente sottoscala di amici; il suo campo d’azione privilegiato resta il sottobosco DIY di provenienza underground, il che ai giorni nostri significa gente come Wavves, Zola Jesus e Woods, ma anche Ducktails, Drunkdriver, FNU Ronnies e le miriadi di formazioni che non smettono di affollare la Brooklyn più off.
Due le novità per questa che dopotutto è una piccola icona dei giorni nostri: la prima è che, pare, Todd P si è infine deciso - dopo sette anni di lavanderie, garage e parcheggi - a prendere in mano un posto tutto suo, un vero e proprio club che, nelle intenzioni, dovrebbe stare agli incombenti anni ‘10 come il CBGB’s ai ‘70 - o se proprio non vogliamo esagerare, diciamo almeno come il Tonic al decennio scorso…
La seconda è che quest’estate è finalmente uscito, in via ufficiale, il tanto annunciato “Todd P goes to Austin“, film-documentario che narra l’avventura del newyorchese in quel di Austin, in occasione di un minifestival nato come risposta al celebre SXSW: nel film, esibizioni di - tra gli altri - Matt and Kim, Dan Deacon, Mika Miko, e il ritratto di una generazione Do It Yourself che, in fondo, resta tra le realtà più vivaci del panorama musicale odierno. Qui il trailer:
I leggendari, messinesi Maisie, la premiata ditta underground formata da Cinzia La Fauci e Alberto Scotti, titolari della Snowdonia, l’etichetta italica off e pop e qualsiasi altra cosa vi viene in mente per eccellenza, da sempre duo sonico di infinite avventure, ora in line-up allargatissima, a riflettere un album, l’ultimo, parecchio allargato, un doppio CD fitto fitto di canzoni e umori e generi e tensioni e pazzie e salvezze di ogni tipo, “Balera metropolitana”, dal quale questo fantasmagorico video con effetti speciali di ogni tipo.
Decimo anniversario per “Fiorucci Made Me Hardcore” (1999), l’affascinante video che conferì una prima notorietà all’artista visivo Mark Leckey, poi vincitore del Turner Prize 2008: basato su materiale di repertorio montato per una durata di circa 15 minuti, “Fiorucci” celebra l’intensità, la volatilità e i punti di congiuntura nella storia del gigantesco rituale d’iniziazione che risponde al nome di club culture. Siamo in Gran Bretagna tra i settanta e i novanta, parliamo quindi di un viaggio che dal northern soul porta al primo rave.
Dieci anni dopo, il filmato è – paradossalmente – più in linea con l’attualità musicale: le brevi sequenze audio prelevate dai diversi generi e rielaborate nella trama ambient cavernosa della colonna sonora rimandano all’elettronica archivistica di Mordant Music, The Caretaker e Ghost Box mentre la sottile patina nostalgica del lavoro sembra uscire direttamente dalle produzioni dance UK ossessionate da memoria e recupero delle radici: certamente più il rave spettrale di Burial che la rievocazione calligrafica effettuata da Zomby in “Where Were U In ‘92?”
Da oggi al 2 agosto si svolgerà presso lo Sleepwalkers di Gupini in Sardegna la quarta edizione dell’Here I Stay Festival. La rassegna ideata e curata dall’omonima etichetta/associazione culturale rappresenta un incentivo alla “vacanza intelligente”, da spendere in campeggio, in un paesaggio suggestivo a pochi km dal mare per tre serate di buona musica. Due i palchi allestiti per contenere il cast di quest’anno, ricco di attrazioni nazionali e internazionali. Dagli USA infatti sono attesi Strange Boys (In The Red Records) e Mahjongg (K Records). Dalla Francia poi arriveranno Feeling Of Love mentre dall’Inghilterra gli Oh Atoms. Folta la rappresentativa indie proveniente dalla penisola capitanata da Death Of Anna Karina, R.U.N.I. e Movie Star Junkies, senza poi dimenticare le proposte di casa Here I Stay come Plasma Expander,Golfclvb e Love Boat. A fine serata DJ set per tutti i gusti.
Per il programma completo e le info generali consultare il sito di Here I Stay.
Da anni ho una fissazione: trovare un disco indiepop anglofono che non mi stanchi mai ad ogni ascolto, abile e arruolato per tutte le stagioni, in grado di contenere tutto (come in ogni opera d’arte che si rispetti, direbbe Morgan), fresco sebbene trasognato, opaco ai volumi bassi ma pronto ad essere lucido con l’incremento della tavoletta, pieno di ritornelli brillanti, da battere il piede e muovere la testa. A questa domanda hanno sempre risposto gli Spearmint, finora, e tutto lascia intendere che anche il progetto solista di Shirley Lee segua le stesse piste. E se fosse che in Italia, a Livorno, è sbocciato un altro di questi rarae aves?
I giovani The Walrus, meno di 25 anni l’età media, non scelgono tra Inghilterra e Stati Uniti per le fonti del loro debutto “Never leave behind feeling always like a child”, uscito a fine novembre per la neonata Garrincha in coproduzione con Tomobiki. Giusto a cavallo del MEI, durante il quale si produssero in un’esibizione tirata e convincente per sfruttare al meglio gli scarsi minuti e la poco affollata vetrina di quel contesto a mezzogiorno. Undici tracce che da una parte guardano all’esordio degli Strokes (Fast walk, Freddie and Kathie, Break off all) dall’altra si incamminano verso il club, con Now more than ever su tutte, seguita a ruota dai gorgheggi schooldisco che fanno paragonare King F e Bye bye agli Hepburns e a Baxendale: sia i pezzi che l’ascoltatore non stanno fermi un momento, e approvano la direzione imposta dalla pronuncia credibile del frontman Giorgio Mannucci. Eleganza formale, asperità liquidate in scioltezza, alternanza di voce maschile e femminile, di inglese e francese -Don’t take my car che diventa Je ne veux plus ta voiture- più una serie praticamente ininterrotta di potenziali singoli radio-friendly come da tempo non si sentiva in suolo italico per restare sul terreno di produzioni congeneri: chiamalo se vuoi talento, o attitudine, e se non c’è in partenza non si può comprare al mercato. Assieme agli She Loves e agli Scarlets, The Walrus rappresentano la rinascita della via italiana al britpop stiloso in mano ad esponenti che durante le precedenti ondate erano in culla (periodo Stone Roses) o alle elementari nel ‘95: una generazione che si lascia di lato i fenomeni da baraccone frangettati da NME per abbracciare la Creation, i Teenage Fanclub e i Lemonheads come insegnano i loro fratelli maggiori Zabrisky e il francese My Raining Stars, i quali giustamente accolgono nei loro suoni UK anche modalità non ostili al sunshine californiano dei tempi che furono. Bella vita, qualcosa più che un investimento sul futuro.
Il nuovo videoclip dei The Walrus è stato girato durante il loro primo Tour (febbraio 2009) nel Sud Italia: