Waves

Sébastien Tellier - nuovo video e vecchia sonatina…

di Christian Zingales

Cantautore ombroso ma dinamico, schivo ma piacione, due album ben strutturati come “L’incroyable verité” (2001) e “Politics” (2005) all’attivo, icona del perfetto post-french touch con le antenne sintonizzate sul crossover estetico tanto da essere co-autore e musicista in una dance track tipicamente off come Stunt di Mr. Oizo, e da figurare come uno degli artisti preferiti dai Daft Punk, che per la colonna sonora dello splendido loro film “Electroma” hanno rotto l’equilibrio di una scaletta tutta rigorosamente pre-1975 solo per la sua Universe, ora Sebastien Tellier pubblica un disco ambizioso fin dal titolo, “Sexuality”, fin dal titolo programmaticamente pop. Un terzo album che ha parecchi riflettori puntati se non altro per il fatto che è interamente prodotto proprio da una metà dei Daft Punk, Guy Manuel De Homem-Christo. Chi conosce le derive meno dance dei Le Knight Club, il progetto parallelo di Guy Manuel, costituito storicamente con Eric Chedeville, ritroverà il canovaccio di un uso dell’elettronica umoralmente pop, l’immagine del ricordo del pop a essere precisi, un impasto febbrile e impassibile di tessuti sintetici ’80 e primaverili suggestioni ’60, un miraggio di cosmetiche ’70 e epica terminale da ’90. Un’architettura sonora che va a stagliarsi in un lavoro che è sì uno dei più deliziosi giochi sul pop intercettati di recente ma è anche un chiaroscurale incrocio di inquietudini e approssimazioni di colori, una splendida operina illustrata nella sua natura concettuale dallo stesso Tellier che parla di “amore come chiave per accedere alla sessualità” ma anche di “sesso puro” e ambientazioni porno, cita Kubrick e evoca il paradiso, ancora disquisisce di amore e violenza e poi guarda, in un afflato europeista, alla Germania e all’Italia, parla di innocenza e insegue il grande ideale gainsbourghiano, sancendo infine il disco come una sorta di erotica piattaforma r’n’b, ma gestita con un taglio intellettuale all’europea, senza la sbrigatività dozzinale delle produzioni americane. Un disco che si conquista da subito la sua aura di grande piccolo culto per un domani vicinissimo, con il palpitante retaggio di imperfezioni tra l’umano e il robotico, le proiezioni di un disegno artistico vivace che incrocia romanticismi euro-trance e torbidi tratti soul, opera all’italiana (vedi l’incredibile Manty) e electro-pop, Beach Boys e rapide puntualizzazioni sull’indie-rock. Come succedeva tra fine ’90 e primi 2000, e poi sempre più difficilmente, uno di quei momenti in cui il passato ci coglie impreparati, perché arriva dal futuro. Messa così è una banalità, ma è come essere sorpresi da uno specchio, con compiaciuto spavento.

[da BU#119]

Il nuovo video tratto da “Sexuality” è Roche.

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